Barbarico e incredulo porcodd** di rabbia e spavento per aver perso, senza ancora sapere come e perché, molto più di un amico, per tanti un fratello, una bella persona, un’anima rara, un incredibile cazzone, il re della festa.

Di R., di anni 32, nell’anno 2014 ricoverato al Policlinico di Bari – Neurologia per accertamenti e morto in 5 giorni, ancora non sappiamo di cosa, molto non diremo, ma tanto possiamo – dobbiamo – testimoniare.

Non diremo della roulette delle diagnosi, ogni giorno diverse, né degli esami richiesti, sollecitati e non fatti, perché se responsabilità o mancanze ci sono state, lo diranno le perizie e le eventuali indagini.

Non diremo di cose già lette e sentite da anni, delle inaccettabili condizioni del reparto, “presto un brutto ricordo” dicevano nel 1999, 2008, e ancora 2011, e 2013, e ieri ancora, né del trasferimento o della chiusura mai realizzati, aggiungeremmo soltanto un’altra eco stanca, l’ennesimo riflesso nello specchio di un inferno.

(https://www.youtube.com/watch?v=Mn6EjYQazG0;

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/13/stanze-sovraffollate-scarsa-igiene-lodissea-dei-degenti.html; http://bari.repubblica.it/dettaglio/neurologia-rischia-la-chiusura/1451769; http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/25/neurologia-all-inferno-ritorno.html)

Ma possiamo testimoniare di bombole di ossigeno in corridoio a farsi beffe in palese violazione delle più elementari norme di sicurezza, di panche rotte e poltrone sfondate in quei corridoi dove si aspettava l’unica risposta che non si vorrebbe mai sentire.

E lo sguardo fisso a terra a contare passi, piastrelle, e formiche.

Formiche.

Per gli stessi motivi, non diremo del comprensibile “nervosismo del personale”, del “disagio degli operatori”, della cronica carenza di attrezzature e infermieri, ma dobbiamo testimoniare di giorni in attesa su una lettiga, in quattro in una stanza troppo piccola, e di quando si è liberato il letto, di ore finché a fine giornata entrasse in azione l’argano per spostare il paziente.

E possiamo dire della rude bionda infermiera e dei suoi secchi “No!” ai timidi “Possiamo farle una domanda? Ci può spiegare questa cosa?”, e di quando stava per somministrare il cortisone a un paziente cui l’avevano sospeso, e un parente l’ha avvisata che non doveva.

E possiamo dire di quando davanti alla straziante rappresentazione di un’ennesima Pietà, in quella terribile sera è uscita dalla stanza “comprensibilmente nervosa”, dicendo “Io queste cose non le sopporto, in fondo è morta una persona”.

E a fronte di assenze di organico e di pochi gentili, presenti, solerti operatori, possiamo dire dei tanti angeli abusivi che a 80 euro per notte mobilizzano, lavano, accudiscono pazienti che oltre alla salute vedono colare via speranza e dignità.

Del primario il cui piede non varca la soglia delle stanze, ma il cui sorriso illumina tanti pomeriggi Rai non diremo, perché questo l’abbiamo solo sentito dire, ma possiamo testimoniare che R., una volta uscito di là, avrebbe scritto e denunciato quello che aveva visto, ripeteva “Qui siamo alla parodia, de “Il Medico della Mutua”.

Di cucine accessibili a chiunque, per riscaldare pasti consumati troppo lentamente, per svuotare vassoi lasciati nelle camere perché è finito il turno, ora arrangiatevi un po’ voi che restate.

Dei bagni non diremo per decenza, per vergogna.

Di un paziente, un “tossico” lasciato girovagare indisturbato per i reparti non diremo, né di un decesso di un’anziana donna due giorni prima, stesso copione, cause ignote e parenti che minacciano azioni legali. Di questo non diremo perché è solo un racconto sentito in reparto, e fare di una coincidenza un sospetto è avventato e scorretto, per quanto terribilmente umano.

Del tempestivo intervento dei rianimatori, la frase “Mi dica cos’ha” è l’assurdo, il surreale toccato con mano.

Si potrebbe testimoniare di professionalità e competenza, di umanità e dedizione, ma dobbiamo raccontare della dottoressa inseguita fin sulle scale che alla parossistica richiesta d’informazioni e chiarimenti continuava a ripetere “Lei deve capire, io sono qui dalle otto di stamattina”.

Sì, ma cos’ha, ha 32 anni.”

Senta, questo e quello, ma io sono qui dalle otto di stamattina”.

 

Le otto di stamattina.

Trentadue anni.

Le otto di stamattina.

 

Trentadue anni, per sempre.

 

Impegno scrupolo, fiducia, reciproca informazione.

Decoro, dignità.

Spergiuri, Ippocrate, per ognuno di questi punti.

 

E non diremo dell’abbandono del dopo, del sangue per terra, dei paraventi arrivati troppo tardi perché agli altri fosse risparmiata la fine e il dolore privato di una perdita ancora incomprensibile.

Di questo non diremo, perché queste parole farneticano di dolore, e rabbia, e spavento.

E in attesa delle risposte che verranno, e che chiariranno se e chi ha mancato, testimoniare quello che è stato visto è un atto dovuto.

Un’altra eco stanca, l’ennesimo riflesso nello specchio di un inferno.

 

R., di anni 32, nell’anno 2014 ricoverato al Policlinico di Bari – Neurologia per accertamenti e morto in 5 giorni, ancora non sappiamo di cosa.

 – Lei –

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