Un grande uomo.
Un signore.
Sapeva stare al suo posto.
Mai invadente.
Ha fatto la morte del giusto.
Sempre un passo indietro.
Uno sportivo.
Un anfitrione.
La fine dei giusti.
Un esempio.
Mai una sbavatura.
Un vero amico.
Sempre sorridente.
 
L’applauso alla bara.
Il memorial.
 
La morte del giusto.

G. che ci hai fatto uno scherzo del cazzo, facendoti scoppiare una vena nella testa.
Che l’ultima immagine che terrò con me è quella di un enfio fantoccio con le scarpe della festa.
Che hai avuto fretta di andare.
Che forse avevi davvero finito il tempo, i giorni e il fiato.
Che non hai chiesto permesso, né spiegato perché.
 
G., questo fiume di cazzate, queste prefiche ingorde di pianto.
Questo avido litigarsi una parte di te, un ricordo, una foto.
La corsa grottesca a chi ti ha amato di più.

Io non ho un cazzo da dire, e vorrei farli tacere, questi pupazzi che giocano al morto.
Me ne resto in silenzio, graffiato, ad odiarli.
A pensarti.

Lei

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